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LA STORIA DELL'ISTITUZIONE
 

Dalle ‘Gallerie’ ai ‘Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici’

Nel quadro della riorganizzazione degli organi di tutela attuato dopo l’Unità d’Italia, una tappa fondamentale per l’uniformità e la capillarità del controllo sul patrimonio storico-artistico del territorio nazionale, è stata, in seno al Ministero della Pubblica Istruzione, la nascita dei Commissariati Regionali (1889) che diventeranno nel 1891 gli Uffici Regionali per la Conservazione dei Monumenti, sostituendosi così alle precedenti Commissioni Provinciali. Le leggi del 1902 (27 giugno, n° 242) e del 1903 (R. D. 17 luglio, n° 431) creano le Soprintendenze specializzate nei differenti ambiti: ai Monumenti, agli Scavi, ai Musei e agli Oggetti d’Antichità, alle Gallerie e agli Oggetti d’Arte, coordinate a livello ministeriale da una Commissione Centrale. L’organizzazione degli istituti periferici è però effettiva soltanto con la legge del 1907 (27 giugno, n° 387): da quell’anno inizia dunque ad operare in modo autonomo la Soprintendenza alle Gallerie del Piemonte, che estendeva la propria competenza anche sulla Liguria e sulla Valle d’Aosta.

Il nuovo istituto è affidato al direttore della Regia Pinacoteca di Torino (l’odierna Galleria Sabauda), Alessandro Baudi di Vesme (Torino, 1854 - 1923), che aveva curato l’incremento e il riordino della raccolta museale per scuole pittoriche, la ristrutturazione e l’ampliamento della sede e la redazione del catalogo (1899): i suoi estesi orizzonti di studio, che vanno dalla pittura fiamminga ed olandese alla storia dell’incisione, s’indirizzano soprattutto verso le indagini d’archivio sull’arte in Piemonte dal Medioevo al Settecento, confluiscono nell’imponente repertorio delle sue Schede (edite soltanto tra il 1964 e il 1985), tutt’oggi fonte insostituibile per la cultura figurativa locale. Proprio la sua conoscenza puntuale delle vicende artistiche piemontesi, tanto a Torino quanto nelle province, gli consente di collaborare, insieme con il direttore dell’Ufficio Regionale, Alfredo d’Andrade, alla redazione degli elenchi degli edifici monumentali e delle opere d’arte mobili previsti dalla legge del 1902. Tra le attività condotte negli anni in cui ha ricoperto l’incarico di Soprintendente va ricordata la redazione degli inventari degli arredi della Palazzina di Caccia di Stupinigi nel passaggio dall’Amministrazione della Real Casa al Ministero della Pubblica Istruzione (1919). Congedato dal servizio per raggiunti limiti d’età, Baudi di Vesme passa le consegne nel 1923 a Guglielmo Pacchioni (Pavullo nel Frignano, Modena, 1883 – Milano, 1969) che, fino a quel momento, aveva diretto il Palazzo Ducale di Mantova. (Foto 1 - Foto 2)

Tra gli interventi portati avanti dal nuovo Soprintendente durante il suo mandato, va ricordato, oltre al suo coinvolgimento nel riordino della Pinacoteca dell’Accademia Albertina e nei restauri di Palazzo Madama, il consistente incremento del patrimonio della Galleria Sabauda soprattutto grazie all’acquisizione della raccolta di Riccardo Gualino (1930), l’industriale piemontese che su suggerimento di Lionello Venturi, stava attuando a Torino una politica culturale di respiro internazionale rivolta sia al collezionismo di arte antica, sia alle esperienze contemporanee. Nel 1930 riesce ad ottenere un potenziamento dell’organico tecnico-scientifico con l’assunzione, inizialmente come salariata temporanea, di Noemi Gabrielli che sarà affiancata da Giuseppina Jona e, per un breve periodo, da Giulio Carlo Argan. Nel 1933 Pacchioni è trasferito alla Soprintendenza di Ancona: al suo posto è nominato ad interim l’archeologo Gioacchino Mancini, cui subentra, l’anno successivo, Carlo Aru (Cagliari, 1881 – Torino, 1954): i suoi interessi di studio e di ricerca che non erano circoscritti alle arti figurative ma si estendevano anche nel campo dell’architettura, gli consentono di seguire i cantieri di restauro della Sacra di San Michele e dei castelli valdostani, l’adattamento ai moderni criteri museografici dell’Albertina: a sancire questa riconosciuta competenza c’è la nomina di Aru a far parte della Commissione incaricata dello studio per le modifiche alla legge sul paesaggio (1938). Nel 1939 è istituita la Soprintendenza alle Gallerie della Liguria, affidata ad Antonio Morassi, che viene così scorporata da quella di Torino. Ad Aru tocca inoltre il difficile e gravoso compito di mettere in sicurezza il patrimonio artistico piemontese allo scoppio della seconda guerra mondiale, coadiuvato da Gabrielli e da Anna Maria Brizio che, in quegli anni, collaborava con la Galleria Sabauda (Foto 3): la contiguità della regione con il fronte francese spinge la Soprintendenza di Torino a compiere le operazioni con la massima rapidità; al momento dell’entrata in guerra dell’Italia (1940) sono ritirate le opere dalle valli alpine utilizzando in molti casi gli imballi predisposti per la grande mostra Gotico e Rinascimento in Piemonte che si era tenuta a Palazzo Carignano (1938); nel frattempo, in previsione degli attacchi aerei su Torino, i dipinti della Sabauda sono trasferiti nel castello di Guiglia (Modena), da dove saranno rapidamente smobilitati nel 1944, con l’attestarsi della linea gotica sull’Appennino, per essere trasferiti all’Isola Bella. (Foto 4)

Il rientro delle opere nelle loro sedi, dopo la cessazione delle ostilità, pone il problema di una nuova e moderna sistemazione della Galleria Sabauda che, già impostata da Aru, sarà affrontata dal suo successore, Noemi Gabrielli (Pinerolo, 1901 – Asti, 1979). Tanto la sua profonda conoscenza del patrimonio artistico piemontese, che includeva a pieno titolo anche le arti decorative dai tessili antichi all’oreficeria, quanto la sua moderna, fattiva attenzione per i problemi di tutela si riflettono in due volumi ancora oggi fondamentali: L’Arte a Casale Monferrato dall’XI al XVIII secolo (Casale, 1935) e Le pitture romaniche. Repertorio delle cose d’arte del Piemonte (Torino 1944). Inserita la Sabauda nel più vasto progetto ministeriale di riordino delle raccolte pubbliche dopo la guerra, Gabrielli, che prende servizio come Soprintendente nel 1952 dopo il pensionamento di Aru, cura, insieme con l’architetto Piero Sampaolesi, il riallestimento del museo negli ambienti radicalmente rinnovati della sua storica sede, il secondo piano dell’Accademia delle Scienze (1952-1959): si impegna inoltre in prima persona nel difficoltoso e sgradevole recupero delle opere della collezione Gualino, trasferite nel 1931 all’Ambasciata d’Italia a Londra. Nel 1956 ottiene la consegna alla Soprintendenza dell’Armeria Reale, per la quale inizia a progettare lo studio scientifico dei pezzi in vista di un aggiornamento della presentazione espositiva. In occasione delle celebrazioni del centenario dell’Unità Italiana (1961) imposta la risistemazione del Museo dell’Ammobiliamento nella Palazzina di Stupinigi, completata poi per la mostra dedicata al Barocco piemontese (1963). L’impegno di Gabrielli non è circoscritto al sistema museale torinese ma si rivolge, con uguale sollecitudine, anche ai musei del territorio regionale: nel 1960 riordina il Museo della Scultura di Ponzone d’Acqui; nel 1963 segue la risistemazione del Museo Storico del Verbano, cui fa seguito, nel 1966, quella dell’annesso Museo Troubetzkoy a Pallanza; sempre negli stessi anni, riorganizza i Musei Civici di Casale, ai quali assicura due opere nodali per la cultura figurativa locale, l’Autoritratto di Nicolò Musso e i Canonici di Lu di Pietro Francesco Guala. In parallelo Gabrielli segue direttamente importanti restauri, come quelli degli affreschi delle Storie della Passione di Giovanni Martino Spanzotti nella chiesa di San Bernardino a Ivrea. E’ inoltre coinvolta a pieno titolo nei grandi appuntamenti scientifici organizzati in quegli anni: la mostra su Gaudenzio Ferrari a Vercelli (1956), quella già ricordata del Barocco a Torino, i convegni di Varallo (1960) e di Casale (1964).

Nel 1966 Gabrielli è collocata a riposo e passa le consegne a Franco Mazzini (Parabiago, Milano, 1919 – Milano, 2003) che, fino ad allora, aveva ricoperto l’incarico di ispettore presso la Soprintendenza di Milano, segnalandosi per i suoi importanti studi sull’arte del Medioevo e del Rinascimento. L’interesse del Soprintendente nei confronti dell’antica pittura murale (a lui si devono due monumentali monografie sugli affreschi lombardi del Tre e del Quattrocento) si riconosce nella direzione di alcuni rilevanti restauri – la cappella di Santa Margherita nel Santuario di Crea, la cappella del Palazzo Marchionale di Revello o l’intervento su alcune delle cappelle del Sacro Monte di Varallo – spesso contraddistinti dall’adozione di tecniche e materiali allora ritenuti particolarmente innovativi come lo strappo o le resine sintetiche. L’attività di tutela sul territorio, per la quale si era potuto contare su di un aumento dell’organico di storici dell’arte con l’ingresso di Giovanni Romano (1969), Giovanna Galante Garrone (1975), Michela di Macco, Carla Enrica Spantigati e Claudio Bertolotto (1976) è suggellata da una serie di mostre presso la Galleria Sabauda (1968, 1971), il Museo Borgogna di Vercelli e la Pinacoteca di Varallo (1976). Tra gli interventi operati sui musei in consegna alla Soprintendenza il più importante e discusso è stato il riordino dell’Armeria Reale: studiata la collezione dai due massimi esperti europei di armi antiche, Orwin Gamber e Bruno Thomas, si decide di rinunciare all’allestimento storico a favore di una presentazione moderna e rigorosamente filologica dei pezzi. I lunghi lavori, che comprendono anche i restauri della Galleria del Beaumont e degli altri ambienti, si concludono nel 1977, in coincidenza con il pensionamento di Mazzini.

Restauri, tutela e indagini storiche: il nascere del rapporto con gli enti locali

Con il pensionamento di Franco Mazzini la Soprintendenza è affidata alla reggenza di Giovanni Romano (Carmagnola, Torino, 1939); nel 1980 è nominata Soprintendente Rosalba Tardito Amerio, cui succederà, nel 1984, nuovamente Romano come titolare di ruolo e, nel 1986, Sandra Pinto. Sulla strada tracciata da Noemi Gabrielli, le mostre di Vercelli, di Carignano (Arte e vita religiosa in Carignano, 1973) e soprattutto quella, di grande risonanza, dedicata alla Val di Susa (Valle di Susa. Arte e storia dall’XI al XVII secolo, 1977), avevano indicato l’inizio di una stagione particolarmente felice per la tutela del territorio, in cui le ricerche storiche s’intrecciano con i restauri: sono coinvolti nel problema della conservazione e della valorizzazione del patrimonio artistico piemontese anche gli enti e i musei locali, intessendo un dialogo a distanza con le analoghe esperienze promosse dalla Soprintendenza di Bologna o dal gruppo di ricerca sull’Umbria. Gli appuntamenti espositivi, promossi e organizzati direttamente dall’Ufficio o al fianco di altri soggetti, si susseguono a tappe serrate: Arona (Arona sacra. L’epoca dei Borromeo, 1977; Tessili antichi nelle chiese di Arona, 1982), Intra (Museo del Paesaggio, 1909-1979. Museo storico ed artistico del Verbano, 1979), Testona (Ricerche a Testona, per una storia della comunità, 1980), Trino Vercellese (Inventario trinese. Fonti e documenti figurativi, 1980), Cuneo (Radiografia di un territorio. Beni culturali a Cuneo e nel Cuneese, 1980), Borgomanero (Problemi di conservazione e di tutela nel Novarese, 1985), Vicoforte (Valli monregalesi: arte, società, devozioni, 1985), Vercelli (Bernardino Lanino, 1985), Novara (Museo Novarese, 1987), Asti (Giuseppe Maria Bonzanigo: intaglio minuto e grande decorazione, 1989).

Il positivo rapporto di collaborazione instaurato tra la Soprintendenza e la Regione Piemonte, che estende il proprio ambito di competenza ai musei del territorio, è suggellato dalla mostra Musei del Piemonte, opere d’arte restaurate (Torino, 1978). Del resto una più efficace attenzione alla tutela territoriale si riflette anche nella riorganizzazione interna dell’Istituto, con la ripartizione degli incarichi di tutela su base provinciale tra i vari funzionari che entrano in servizio negli anni Settanta: questa riorganizzazione è suggellata dall’importante Guida breve al patrimonio artistico delle provincie piemontesi, a cura di G. Romano, Torino 1979 (i testi sono ripubblicati in “Ricerche di Storia dell’Arte”, Geografia culturale e atlante figurativo di una regione di frontiera: Il Piemonte, 9, 1978/1979). Al fianco dell’Università, dell’Archivio di Stato, delle consorelle Soprintendenze e dei Musei Civici, l’Ufficio è inoltre coinvolto in prima persona nell’organizzazione delle principali mostre che si svolgono a Torino, destinate anch’esse a scandire tappe fondamentali per la storia dell’arte in Piemonte: Giacomo Jaquerio e il gotico internazionale in Piemonte (1979), Cultura figurativa ed architettonica negli stati del Regno di Sardegna (1980), I rami incisi dell’Archivio di Corte (1981), Diana trionfatrice. Arte di corte nel Piemonte del Seicento (1989).

Gli interventi sui beni in consegna: dal riordino della Galleria Sabauda al recupero della Villa della Regina

Nel corso degli anni ottanta si affrontano progetti di ampio respiro grazie a una cospicua serie di finanziamenti statali: i Fondi Investimento ed Occupazione (FIO, 1981-1982) permettono un ampliamento degli organici e una progettazione di ampio respiro nel restauro e nella valorizzazione delle residenze sabaude: si avviano così i lavori negli interni di Palazzo Reale, di Palazzo Carignano (con l’intervento sui cicli affrescati di Legnanino nelle sale stesse in cui ha sede la Soprintendenza) e i primi passi verso l’imponente recupero della Reggia di Venaria. Gli stanziamenti per i Giacimenti Culturali (1985-1986) e Memorabilia (1987) consentono una vasta campagna di schedatura dei beni storico-artistici in situazione di particolare rischio o emergenza. In questi stessi anni si affacciano nel settore dei beni culturali gli sponsor privati che rendono possibile molti interventi di restauro, riordino, studio e valorizzazione: in modo particolare sono gli istituti di credito piemontesi e, poi, le fondazioni bancarie a sostenere molti dei progetti impostati dalla Soprintendenza, a partire dal riordino della stessa Galleria Sabauda.

Il museo, che nel 1982 aveva celebrato i suoi primi centocinquant’anni con una campagna di restauri e una mostra didattica, curata dal Soprintendente Amerio, avvia una profonda riorganizzazione dell’allestimento delle collezioni: dopo l’approfondimento mirato delle indagini storiche sull’origine e lo sviluppo della Galleria (Conoscere la Galleria. Documenti sulla storia delle collezioni, Torino 1982) e il riordino del settore di pittura fiamminga ed olandese, curato da Carla Enrica Spantigati, il nuovo Soprintendente Pinto, affiancata, nella veste di direttore del museo, da Giovanna Galante Garrone e, successivamente, da Michela di Macco, procede a una generale revisione espositiva, abbandonando la suddivisione del percorso per scuole e preferendo una riaggregazione dei dipinti per nuclei collezionistici (da Emanuele Filiberto a Carlo Emanuele I, da Vittorio Amedeo I a Maria Giovanna Battista, da Vittorio Amedeo II a Carlo Alberto). Un progetto analogo di recupero dell’assetto storico è progressivamente portato avanti nell’Armeria Reale, affidato al direttore Paolo Venturoli, anche in questo caso preceduto da una riflessione sulle vicende passate e recenti del museo. E’ in questi anni che si concretizza l’altro grande progetto direttamente seguito dalla Soprintendenza, il recupero e il restauro della Villa della Regina a Torino, destinata a diventare il terzo museo affidato in consegna all’Istituto: le condizioni di conservazione dell’edificio e del circostante giardino, gravemente danneggiati dai bombardamenti nell’ultimo conflitto e dall’abbandono del dopoguerra, hanno richiesto un cantiere particolarmente lungo e complesso, concluso nel 2006: l’intervento, che ha riflettuto in modo puntuale anche sulla storia delle edificio e sulle vicende dell’arredo, è stato seguito da Cristina Mossetti e ha visto il convergere di finanziamenti pubblici e degli sponsor piemontesi.

Nel corso degli anni ottanta prende forma una più efficiente organizzazione interna della Soprintendenza: accanto alla tutela territoriale, si configurano così, in seno all’Istituto, l’ufficio catalogo, che in stretto dialogo con l’ufficio vincoli e con l’archivio fotografico, segue direttamente le campagne di catalogazione e d’inventariazione del patrimonio storico-artistico sottoposto alle leggi di tutela, diventando così un vero e proprio centro di ricerca e di studio; l’archivio restauri raccoglie e ordina la documentazione sugli interventi seguiti dall’Istituto e diventa uno strumento di lavoro indispensabile per il funzionamento dell’Ufficio e, insieme, un patrimonio di dati accessibile al pubblico; la biblioteca, regolarmente aperta nonostante l’esiguità degli spazi e del personale, diventa un punto di riferimento per gli studiosi per la ricchezza bibliografica e per l’accessibilità dei testi a scaffale aperto.      

Sotto la Soprintendenza di Carla Enrica Spantigati sono portati avanti i progetti impostati nel decennio precedente: prosegue il riordino della Galleria Sabauda che si conclude con l’allestimento del settore della pittura piemontese e della pittura italiana dal XV al XVI secolo, seguiti da Paola Astrua che succede a Michela di Macco alla direzione del museo: le sue sale ospitano anche importanti appuntamenti espositivi (Jan van Eyck. Opere a confronto, 1998; Maestri lombardi in Piemonte, 2002; Maestri genovesi in Piemonte, 2003; Giovanni Caracca, il ‘nostro pittore fiamengo’, 2005).

Massimiliano Caldera

 
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